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Sì, è vero, oggi la vita è difficile e una maternità può compli

La pillola RU 486: non lasciamoci ingannare,
è comunque uno strumento di morte.
Lo scorso 22 dicembre le pagine di cronaca milanese dei giornali hanno riportato la notizia che il nostro Comune ha approvato un finanziamento per avviare una campagna di informazione sulla pillola RU 486. Ad esempio, su Avvenire si leggeva che «il Consiglio comunale ha votato un emendamento al bilancio che stanzia 100 mila euro per una campagna informativa della pillola RU 486 negli ospedali. Una decisione che ha diviso trasversalmente gli schieramenti […] e suscitato polemiche».
Ciò accade in un momento in cui è ritornata a farsi accesa, in Italia, la discussione intorno alla legge 194 che regola l’interruzione di gravidanza. Infatti questa pillola (la cui sperimentazione è stata avviata da qualche mese nell’ospedale torinese Sant’Anna) è da molti medici indicata come un mezzo che potrà consentire alle donne di abortire in modo rapido e indolore, senza ricovero e senza intervento chirurgico. E purtroppo, molti dei principali giornali stanno da tempo concedendo ampia risonanza a questa tesi, insieme ad articoli che giudicano come indebiti attacchi alla legge 194 le richieste provenienti dal mondo cattolico per una migliore applicazione della legge stessa, soprattutto della sua parte iniziale fino ad oggi assai ignorata (cioè dei suoi primi articoli, laddove si afferma la necessità di mettere in atto «ogni opportuno intervento atto a sostenere la donna» per non costringerla all’aborto»). Sono anche state sollevate forti proteste contro l’annunciata intenzione del Ministro della Sanità (coerentemente a quanto stabilito dalla stessa legge, che prevede il coinvolgimento di «associazioni di volontariato, che possono aiutare la maternità difficile anche dopo la nascita») di aumentare la presenza nei consultori e negli ospedali dei volontari del Movimento per la vita, che – dati alla mano – ha lo straordinario merito di aver salvato finora dall’aborto, in 30 anni di attività, ben 70.000 bambini, accompagnando e sostenendo con discrezione altrettante madri in difficoltà.
Di fronte a una problematica così importante, e così complessa, ci è sembrato doveroso tentare di capire cosa sia davvero in gioco, andando il più possibile oltre il livello superficiale della discussione, scavando tra le notizie, verificando, confrontando, senza accontentarci della “voce corrente”. Abbiamo così scoperto che è tutt’altro che infondato l’allarme lanciato da coloro che segnalano per la donna gravi pericoli, non solo fisici ma anche psicologici, nell’impiego di questo nuovo farmaco. Stefano De Pasquale Ceratti, medico chirurgo specialista presso la Cattedra di Medicina legale dell’Università di Roma “Tor Vergata”, spiega molto chiaramente cosa significa  «L’assunzione per via orale di una sostanza (il mifepristone), che non consente lo sviluppo del concepito. Tale farmaco blocca infatti l’attività degli estrogeni, prodotti dalla madre e che hanno funzione trofica, cioè di nutrimento, per il concepito […]. Il concepito muore dunque per mancanza di apporto nutritizio.
L’assunzione da parte della madre di un’altra sostanza (il misoprostol), che provoca delle contrazioni uterine per espellere il concepito ormai morto; è una sorta di induzione artificiale del parto dei tessuti necrotici di cui era costituito il concepito.
[…] dal punto di vista fisico vi possono essere molte e anche gravi conseguenze per la madre, come d’altronde per l’aborto chirurgico e forse anche di più. Possono esservi emorragie, […] infezioni e/o setticemia, con grave pregiudizio per la salute materna; quando ciò avviene, è comunque necessario ricorrere all’intervento chirurgico.
Ma il vero risvolto negativo dell’aborto chimico è sul versante psichico. La RU-486 è un mezzo estremamente subdolo dal punto di vista psicologico. Illude la madre perché in apparenza le consente di abortire senza ricovero e senza sottoporsi ad intervento chirurgico. In realtà tutto il peso psicologico di una procedura come quella dell’aborto chimico viene scaricato sulla donna, che si ritrova ad affrontare […] il parto artificiale del prodotto del concepimento in necrosi, che avviene spesso nell’arco di più giorni ed in più fasi espulsive e può generare molto dolore fisico. Possiamo dire, concludendo, che l’aborto chimico è una procedura forse (ma non sempre) meno invasiva dal punto di vista fisico rispetto a quello chirurgico, ma molto più traumatica per la donna dal punto di vista Abbiamo inoltre potuto trovare grande aiuto nella libertà e onestà intellettuale di Eugenia Roccella (tempo fa leader del Movimento di liberazione della donna, ed ora invece tra le studiose che più stanno contribuendo alla rilettura di quel periodo, mettendo in discussione alcuni stereotipi delle battaglie femministe di allora), che nei suoi articoli su Avvenire sta smontando con lucidità impressionante uno dopo l’altro molti luoghi comuni riguardanti la RU 486 e l’aborto.
Così, ad esempio, commentava in questi giorni: «La banalizzazione dell’aborto, che viene proposto come un “diritto”, lo rende sempre meno una scelta consapevole, e sempre più un’opzione automatica, svuotata di risvolti etici. Gli elementi di conflitto, come la realtà dell’eliminazione dell’embrione o del feto, le sue sofferenze, la sua stessa presenza, tendono ad essere oscurati, ridotti ad argomenti indicibili o marginali. Nella scelta di abortire, sempre più “l’altro” è assente, è un fantasma a cui non si deve alludere […]. Ma non è questo il solo problema. Si continuano ad infliggere ferite all’idea di maternità, insistendo su metodi contraccettivi che ne bistrattano e svalorizzano il senso. Aborto e contraccezione si confondono fino all’indistinzione: pillola abortiva, pillola del giorno dopo, pillola contraccettiva etc. Difficile operare vere distinzioni […]. La contraccezione abortiva […] mascherandone il significato di morte, rende l’aborto, non solo di fatto, ma anche sul piano simbolico ed etico, un anticoncezionale come gli altri». E ancora lei, rispondendo alle affermazioni di Silvio Viale (ginecologo noto per la sua battaglia a favore della RU 486 nell’ospedale Sant’Anna di Torino), ha puntualizzato: «È proprio spulciando e interrogando i dati, oltreché basandomi sull’esperienza delle donne, che mi sono formata un’opinione sulla RU 486. Le fonti scientifiche di Viale appaiono discutibili e parziali: tra le riviste scientifiche, il ginecologo radicale non cita quella più autorevole a livello mondiale, il New England Journal of Medicine, che un mese fa ha pubblicato un editoriale in cui si sottolineava come la percentuale di mortalità con l’aborto chimico fosse 10 volte più alta che con quello chirurgico. Inoltre, in una precedente intervista sulla Stampa del 29 dicembre, il medico del Sant’Anna aveva assicurato che in Francia, Gran Bretagna e Svezia, dove la RU 486 è adottata da anni, non erano “mai stati rilevati decessi o conseguenze devastanti per la salute della donna”. Invece si sono verificate morti da aborto chimico in tutti e tre i Paesi citati; e su The Annals of Pharmacotherapy, rivista scientifica disponibile in rete, si può trovare un interessante rapporto su 607 eventi avversi segnalati spontaneamente dalle donne dopo l’assunzione della pillola abortiva, tra cui, oltre ai decessi, emorragie gravi, infezioni, complicanze che hanno richiesto l’intervento chirurgico urgente».
Usare la pillola del giorno dopo, oppure l’intervento chirurgico, oppure questa nuova pillola RU 486, non cambia la sostanza: è sempre una soppressione di una vita umana. Che va ad aggiungersi agli altri 53 milioni di aborti che avvengono annualmente nel mondo (dati 1997 dell’Organizzazione mondiale della Sanità: ogni anno, una quantità pari al numero di vittime provocate dall’intera Seconda guerra mondiale!).
Davanti a queste cifre, crediamo sia urgentissima una nuova educazione. Che non è educazione sessuale: è educazione ad essere uomini e donne fino in fondo. È educazione a prendere coscienza della propria grandezza, e quindi anche della propria responsabilità. È educazione alla cultura della vita, e insieme alla serietà della vita, al compito che ognuno di noi ha da portare avanti: collaborare cioè all’opera creatrice di Dio, e non tentare solo di soddisfare “desideri” quando e come si vuole. Per questa educazione, gli strumenti ci sono eccome: basterebbe ascoltare la voce del Papa, basterebbe iniziare a leggere l’ottimo inserto È vita in edicola ogni giovedì con Avvenire, come pure confrontarsi con le pubblicazioni del Movimento per la vita. E poi, magari, avere il coraggio – almeno una volta nella vita – di guardare i filmati scientifici, i libri e le riviste che documentano con immagini inequivocabili, gesto dopo gesto, la crudeltà di quell’operazione asetticamente chiamata “interruzione di gravidanza”. Bisognerebbe guardarlo in quel momento, l’embrione, guardare lo scempio che subisce durante un aborto. E allora capiremmo. Capiremmo che quell’essere palpitante è il germoglio di un fiore che appartiene al mistero della Vita più grande di noi, e che non è giusto falciarlo via per risolvere i nostri problemi personali: anche perché, in fondo, le generazioni dei nostri nonni hanno saputo generare e allevare molti più figli in condizioni di vita ben peggiori di quelle attuali, con la guerra e l’estrema povertà in cui hanno vissuto per anni. Capiremmo che le migliaia di aborti praticati nel mondo stanno realizzando un immenso, e silenzioso, genocidio. E, forse, capiremmo anche quanto sia grave che tutto ciò continui ad accadere mentre noi, troppo spesso, giriamo la testa da un’altra parte.
Per un approfondimento personale, consigliamo:

C.V. Bellieni: L’alba dell’io. Dolore, desideri, sogno, memoria del feto, Soc. ed. fiorentina, 2004.
A. Serra: L’uomo-embrione, il grande misconosciuto, Cantagalli, 2003.
E. Roccella, L. Scaraffia: Contro il cristianesimo. L’Onu e l’Unione Europea come nuova ideologia,Piemme, 2005.
AA. VV.: Aborto, il genocidio del XX secolo, Effedieffe, 2000.

Source: http://www.parrocchiaredentore.it/OLD/oratorio/atlantide/7.4%20-%20RU%20486%20(volantino).pdf

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